mercoledì 31 ottobre 2007

BAUDELAIRE

IL GATTO
Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato;
ritira le unghie nelle zampe,
lasciami sprofondare nei tuoi occhi
in cui l'agata si mescola al metallo.
Quando le mie dita carezzano a piacere

la tua testa e il tuo dorso elastico e la mia mano
s'inebria del piacere di palpare il tuo corpo elettrizzato,
vedo in ispirito la mia donna.
Il suo sguardo, profondo e freddo come il tuo,

amabile bestia, taglia e fende simile a un dardo,
e dai piedi alla testa un'aria sottile,
un temibile profumo
ondeggiano intorno al suo corpo bruno.
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TRISTEZZE DELLA LUNA
Nei suoi sogni la luna è più pigra, stasera:
come una bella donna su guanciali profondi,
che carezzi con mano disattenta e leggera
prima d'addormentarsi i suoi seni rotondi,
lei su un serico dorso di molli aeree nevi
moribonda s'estenua in perduti languori,
con gli occhi seguitando la apparizioni lievi
che sbocciano nel cielo come candidi fiori.
Quando a volte dai torpidi suoi ozi una segreta
lacrima sfugge e cade sulla terra,
un poeta nottambulo raccatta con mistico fervore
nel cavo della mano quella pallida lacrima
iridescente come scheggia d'opale
e, per sottrarla al sole, se la nasconde in cuore.

NON SO PIU' SCRIVERE D'AMORE

Non so più scrivere d’amore,
perché dell’amore ho dimenticato il senso
e non un volto serbo dentro
a curare mancanze antiche e ricorrenti.
Oggi tollero il digiuno senza chiedere
quando mi vestirò la pelle
d’odori sconosciuti che ad ogni respiro
rubano aria alla ragione.
Troppe volte ho creduto sole pugni di lucciole,
esibendo stendardi vanagloriosi,
saggiando poi quanto impietoso sia
il tempo dei rimpianti, e chi in principio
ispirò i miei versi vaga ora
per acque torbide di disillusioni,
come spoglia esanime che persino
una madre non potrebbe mai distinguere.
Non conosco del mio cuore
più di quanto esso lasci intendere
e se tace, allora riscoprirò Poesia
anche nel suono lieve di una foglia che cade.

SARA 2004


martedì 30 ottobre 2007

ALMENO VOI STELLE, NON DIMENTICATEMI

[...] " Non ci sarà dunque, per le cose che sono,
non la morte, bensì un'altra specie di fine,
o una grande ragione:
qualcosa così come un perdono?"
( HO PENA DELLE STELLE - F.Pessoa)

Quando di me non saprà dire
che il vento o quanti per lui
mi sfilarono accanto nel clamore
di nostalgica vita andata,
e avrà smarrito la memoria
in ardua ricerca l’ umana sembianza
del mio essere stata,
allora non resterà che a me
ricordare quel grembo di mondo
che ospitò il passaggio lieve
a cui alcuno fece più ritorno.
Non vi sarà che cielo a raccogliere
i miei passi, terra senza orizzonte
a riempire gli sguardi.

Almeno voi stelle, non dimenticatemi.
SARA

IL VIOLINISTA PAZZO


Non fluì dalla strada del nord
nè dalla via del sud
la sua musica selvaggia per la prima volta
nel villaggio quel giorno.
Egli apparve all'improvviso nel sentiero,
tutti uscirono ad ascoltarlo,
all'improvviso se ne andò, e invano
sperarono di rivederlo.
La sua strana musica infuse
in ogni cuore un desiderio di libertà.
Non era una melodia,
e neppure una non melodia.
In un luogo molto lontano
in un luogo assai remoto,
costretti a vivere, essi
sentirono una risposta a questo suono.
Risposta a quel desiderio
che ognuno ha nel proprio seno,
il senso perduto che appartiene
alla ricerca dimenticata.
La sposa felice capì
d'essere malmaritata,
l'appassionato e contento amante
si stancò di amare ancora,
la fanciulla e il ragazzo furono felici
d'aver solo sognato,
i cuori solitari che erano tristi
si sentirono meno soli in qualche luogo.
In ogni anima sbocciava il fiore
che al tatto lacia polvere senza terra,
la prima ora dell'anima gemella,
quella parte che ci completa,
l'ombra che viene a benedire
dalle inespresse profondità lambite
la luminosa inquietudine
migliore del riposo.
Così come venne andò via.
Lo sentirono come un mezzo-essere.
Poi, dolcemente, si confuse
con il silenzio e il ricordo.
Il sonno lasciò di nuovo il loro riso,
morì la loro statica speranza,
e poco dopo dimenticarono
che era passato.
Tuttavia, quando la tristezza di vivere,
poichè la vita non è voluta,
ritorna nell'ora dei sogni,
col senso della sua freddezza,
improvvisamente ciascuno ricorda -
risplendente come la luna nuova
dove il sogno-vita diventa cenere -
la melodia del violinista pazzo.


F. Pessoa



"Mi perdo se mi incontro, dubito se trovo, non possiedo se ho ottenuto.Come se passeggiassi, dormo, ma sono sveglio.Come se dormissi, mi sveglio, e non mi appartengo.In fondo la vita è in se stessa una grande insonnia e c'è un lucido risveglio brusco in tutto quello che pensiamo e facciamo."
F.Pessoa




In qualche luogo i sogni diventeranno realtà.

C'è un lago solitario illuminato dalla luna

per me e per te come nessuno per noi soli.

Lì la scura bianca vela spiegata in un vago vento

non sentito guiderà la nostra vita-sonno

laddove le acque si fondono in un lido di neri alberi,

dove i boschi sconosciuti vanno incontro

al desiderio del lago di essere di più e rendono il sogno completo.

Là ci nasconderemo e svaniremo,

tutti vanamente al confine della luna,

sentendo che ciò di cui siamo fatti è stato qualche volta musicale.

( LICANTROPIA - F. Pessoa )

venerdì 26 ottobre 2007

LE SEDIE DI VAN GOGH






















La genesi dei dipinti è legata al corso del soggiorno di Van Gogh ad Arles.
Qui, infatti, l'artista trascorse un periodo in compagnia dell'amico e pittore Paul Gauguin, durante il quale accarezzarono l'idea di formare un circolo artistico d'avanguardia che avrebbe preso il nome di "Studio del Sud". In attesa di Gauguin ma anche in sua compagnia, Van Gogh si dedicò spesso alla raffigurazione di interni come "La camera di Vincent ad Arles":
- Sedia VAN GOGH ( V. Van Gogh - 1888)
- Sedia GAUGUIN ( Van Gogh - 1888 )
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Londra, The Trustees of the National Gallery
Il dipinto fa pendant con La sedia di Gauguin: quella di Van Gogh è collocata in una luce diurna, l’altra in un ambiente notturno. Così, nel dipinto con la sedia di Van Gogh appaiono una natura morta di cipolle in germoglio a sinistra e la pipa, mentre sulla sedia dell’amico sono dei libri e una candela, apparentemente inutile viste le lampade a gas che sono appese al muro. Mentre il pavimento della stanza di Van Gogh è di nudi mattoni rossi, a suggerire la propria natura severa e il carattere del suo studio che aveva arredato sobriamente, «alla Daumier», quello della stanza dell’amico - arredata da Vincent come «un boudoir per signora veramente artistico» - è ricoperto da un tappeto.In una lettera al critico Albert Aurier del 12 febbraio 1890 Van Gogh attribuiva al dipinto con la sedia di Gauguin un valore premonitore: «Qualche giorno prima di dividerci, allorché la malattia mi ha costretto a ricoverarmi in una casa di cura, ho tentato di dipingere “il suo posto vuoto”. È uno studio della sua poltrona di legno bruno-rossiccio, con il sedile in paglia verdastra, e - al posto dell’assente - un candelabro acceso e alcuni romanzi moderni».


MOSTRA DI GAUGUIN AL VITTORIANO:

THE COMPLETE POEMS


Invidio i Mari, sui quali Egli naviga
-Invidio i Raggi delle Ruote
Dei Carri, che Lo trasportano -
Invidio le Ondulate Colline
Che scrutano il Suo viaggio -
Com'è facile per tutti vedere
Quel che è proibito totalmente
Come il Cielo - a me!

Invidio i Nidi dei Passeri -
Che punteggiano le Sue remote Grondaie -
La Mosca opulenta, sui Suoi Vetri
-Le felici - felici Foglie -
Che appena oltre la Sua Finestra
Hanno dall'Estate il permesso di giocare
-Gli Orecchini di Pizarro
Non potrebbero ottenerlo per me -
Invidio la Luce - che Lo sveglia -
E le Campane - che suonano con forza
Per dirgli che è Mezzogiorno,
là fuori -Io stessa - fossi il Mezzogiorno per Lui -

Eppure precludo - la mia Fioritura
-E abolisco - la mia Ape -
Affinché il Mezzogiorno
nella notte eterna -
Non precipiti Gabriele - e me -

Emily Dickinson

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HO SOLO LE MIE PAROLE

Ho solo le mie parole,
un giorno qualunque
montate in sella al vento
per venirti a cercare
tra folle confuse di genti
che ora sanno di te,
per sempre perduto e rimpianto
in tacite sere d'inverno,
seduta al buio per soffocare
quell'ultimo brivido che ci lega.
Se mi leggessi l'anima
che detta versi disordinati,
aggrappata a lembi di cielo pensili
pur di sfiorare il tuo pensiero
diretto in volo chissà dove,
ti pulserei dentro come
desidero sia, ché sono per te
pause e boccate a cuore aperto
di fiato, malumori e gioie
che nemmeno credevo di poter sentire.
Ma forse, altri mormoreranno
le mie parole, che instancabili
seguitano a narrare
una fiaba senza lieto fine
incisa sulla bocca del vento
...per Gabriele e me.
SARA

NUVOLE...

Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento, vivendo nella città senza vivere nella natura in cui la città è inclusa.
Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà, e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino.
Nuvole… Corrono dall'imboccatura del fiume verso il Castello; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se vanno stracciate all'avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente, tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l'ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati.
Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l'intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto
sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso.
Nuvole… Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio!
Nuvole… Continuano a passare,alcune così enormi ( poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione ) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell'aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento fredde.
Nuvole… Mi interrogo e mi disconosco. Non ho mai fatto niente di utile né faro niente di giustificabile. Quella parte della mia vita che non ho dissipato a interpretare confusamente nessuna cosa, l'ho spesa a dedicare versi prosastici alle intrasmissibili sensazioni con le quali rendo mio l'universo sconosciuto. Sono stanco di me oggettivamente e soggettivamente. Sono stanco di tutto e del tutto di tutto.
Nuvole… Esse sono tutto,crolli dell'altezza, uniche cose oggi reali fra la nulla terra e il cielo inesistente; brandelli indescrivibili del tedio che loro attribuisco: nebbia condensata in minacce incolori; fiocchi di cotone sporco di un ospedale senza pareti.
Nuvole… Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l'oscurità, finzioni dell'intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo.
Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.


LI,33 Fernando Pessoa